|Alba|

“Dunque qualcosa di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore esiste in modo così vero che non si può pensare non esistente. E questo sei Tu, o Signore Dio nostro.”, Anselmo d’Aosta, Proslogion

Questa è la storia di due donne. E di due case. Due vicine di casa. E altrettante solitudini. Hanno pressoché la stessa età. Ma si sa che con le signore la discrezione è d’obbligo. Una è sulla soglia di casa. Ha i capelli di un grigio spento, raccolti sulla nuca. E’ alta e slanciata, e aspetta senza impazienza, lo sguardo perso sul prato. Una foglia o un’ape hanno catturato la sua immaginazione. Anche ora, collo leggermente reclinato e braccio sospeso all’altezza del citofono, la sua figura ha un aspetto altero, quasi distaccato. Le ombre proiettate dai tratti decisi del viso si stagliano sul chiarore uniforme della sua carnagione, rivelandone il profilo vagamente nordico. L’altra è dentro casa, si sta affrettando a piccoli passi nervosi verso la porta. Ha i capelli biondi, acconciati in larghi riccioli appena sotto le orecchie. Fronte alta e occhi distanti. Indugia solo un attimo davanti allo specchio, si sistema velocemente il colletto. E’ di una bellezza ordinaria, rassicurante. Con una mano gira la maniglia, con l’altra si liscia la camicia. Dissimula a mala pena l’irritazione. Arrivare con un anticipo di quasi un’ora, un’indelicatezza. - Che piacere averti qui, Alba. – Sono leggermente in anticipo, temo: mi sono liberata da un impegno prima del previsto, non è un problema, vero Edith? – Assolutamente, solo il tè non è ancora servito, ma entra, prego. – Grazie, e così finalmente ecco la casa, in tutto il suo splendore. E lo è, effettivamente, splendida. Porta con sé una carica nuova, una bellezza mai vista prima. Ma non ostentata. Non grida per attirare l’attenzione. Non grida affatto. Sta, in silenzio, nella sua radura. Attira come può attirare una donna schiva, seminuda, adagiata in riva ad un lago. Radicata alla terra ma sollevata a pochi piedi d’altezza, quasi a volerne prendere le distanze. Perché la sua trasparenza è propria solo dell’aria. Lo sguardo la attraversa da parte a parte. - Dimmi, non hai osservato, passeggiando in questa città, come tra gli edifizi che la popolano taluni siano muti, ed altri parlino, mentre altri ancora, e son più rari, cantano? – Gradisci del latte o del limone? Ma Alba è immobile al centro del salotto, tesa, con lo sguardo proiettato verso l’esterno. Per un attimo si direbbe che abbia smesso di respirare, quasi se ne fosse dimenticata. - Limone o latte? Edith si muove nervosamente per la cucina, aspettando. Muove la teiera di qualche centimetro. Sposta una ciocca di capelli dietro l’orecchio, sbirciando con la coda dell’occhio il suo riflesso sulla lastra di vetro più vicina. Quando Alba si gira, le rivolge uno sguardo commosso. Se non fosse tanto impegnata nel suo ruolo di ospite, Edith si accorgerebbe che è quasi uno sguardo di compassione. Si alza il vento. Al di là del vetro, una manciata di foglie secche si alza da terra, inscenando una piccola e privata danza. Un paio di vortici e via. Una folata più intensa ne stacca un gruppo numeroso da un ramo vicino. Senza fronzoli, passano il campo visivo, orizzontalmente, e scompaiono. Il vento non smette di soffiare, lo si può sentire fischiare fra le giunture delle lastre di cristallo. Ma nessuno è lì per udirlo. Quarantanove anni sono passati sfilando, lievi, davanti alle sue finestre. La casa, impassibile a queste vicende, sta, nella sua grandezza. Anzi, liberata dagli accidenti umani, può finalmente dirsi parte di questa radura nell’Illinois. Senza più nessuna donna che ne tracci interno ed esterno, la natura la assorbe e la penetra.

Il mio nome è Alba. E ancora oggi mi domando per quanto Mrs. Farnsworth abbia abitato quella casa. Dieci anni, un mese, il tempo di un tè. O forse non l’ha mai abitata, non l’ha mai capita. Perché per vivere una casa di vetro bisogna comprendere la sua solitudine. E abbracciarla. Per vivere una casa priva di un limite, in cui lo sguardo non incontra barriere né conosce riposo, bisogna partecipare della sua sconfinata solitudine. E della sua cristallina perfezione. Una solitudine e una perfezione che non sono umane. Ecco perché ora, qui, a Barcellona, sono l’unica inquilina. Io sono Alba. L’abbagliante luce del mattino, pur non trovando ostacoli, non mi abbaglia. Una mia mano è sufficiente per riparare gli occhi dal sole. Il mio sguardo non teme trasparenza. Come la mia casa, io sto. Come la mia casa, sono perfetta solitudine.

|Misura|

“Non è possibile conoscere simultaneamente la quantità di moto e la posizione di una particella con certezza”, Heisenberg, Principio di Indeterminazione

Questa è la storia di un uomo. E di una misura. Un uomo e la misurazione di un’esperienza. Un osservatore e qualcosa da osservare. Materiale: due caffè, due euro e ottanta centesimi, un uomo, una donna, due whisky, una stanza con una porta e una finestra, un letto. Svolgimento: fare rincontrare dopo due anni l’uomo e la donna. Possibilmente, i soggetti in questione avranno avuto un flirt. Interrotto da qualche accidente: diciamo che lei è dovuta tornare in Italia per finire gli studi. Ora è il momento dei caffè. Lui la invita al bar più vicino. In due anni ne succedono di cose, e la conversazione è vivace. Anche dopo un’ora e quaranta minuti. Lui – ce ne sarebbero ancora di cose da raccontarsi. Lei – ora vivo qui vicino, vieni da me per un drink. Lui – piedi o ruote? Lei – la 60 porta giusto sotto casa. Ora è il momento dei due euro e ottanta centesimi. Due biglietti e due posti a sedere. Vicini. Lui la fa accomodare ma, nel sedersi, sfiora con la mano il suo braccio sinistro. Per un attimo è imbarazzo. Un sorriso. Seguito da una risatina. E la conversazione va avanti senza intoppi. Lei – ecco, è la nostra. Lui – e che fine ha fatto la tua vecchia casa? Lei – non voglio saperlo, gli erasmus che sono venuti dopo di noi l’avranno già distrutta. Lui – e ora con chi vivi? Lei – finalmente sola. Attimo di silenzio. Lui proprio non capisce perché anche questa dovrebbe essere causa di imbarazzo. Eppure, per la prima volta dall’incontro, gli manca la risposta. Attimo di silenzio. Prolungato. Interrotto fortunatamente dal rumore delle chiavi nella vecchia serratura del portone. Nel corridoio buio e per le scale polverose, silenzio. Tacchi sui gradini di legno. Chiave nella serratura. Lei – eccoci. E inizia il balletto dei convenevoli. Bella casa. Piccola. Ma confortevole. E la cucina? Qui, un drink? Cos’hai? Ora è il momento dei due whisky. I bicchieri non sono ancora a metà che già iniziano i primi sguardi. E’ difficile stabilire chi ha iniziato per primo. Com’è difficile stabilire chi dei due si sta avvicinando all’altro, sul bordo del letto. Difficile stabilire chi è il primo a protendere le labbra. Facile invece notare che entrambi entrano in uno stato trasognato. I caffè, la 60, i whisky. Quelli sono realtà. Ma ora c’è una specie di alone. Un bagliore inonda la stanza. E non è certo dovuto alla finestra che si apre sul tramonto e sui tetti. Da questo momento la successione degli eventi diventa vaga. C’è solo il letto, due corpi e un’insolita luce. Conclusioni: i due soggetti, interrogati sull’esito dell’esperimento, non sono in grado di fornire una descrizione attendibile degli eventi. Da dopo i whisky, i resoconti si fanno nebulosi. Lattiginosi. Come la luminescenza che entrambi affermano di ricordare. Oggettivamente, non si può dire con esattezza cosa sia successo. Statisticamente, noti la velocità di diffusione del whisky, la traiettoria dei due corpi verso il letto, la concentrazione chimica di ormone nel sangue, si può affermare con un margine di errore relativamente ridotto che i due soggetti abbiano avuto un rapporto sessuale. Statisticamente, entrambi sentono un calore, descrivibile come soddisfazione, ora che si abbracciano nel letto. Ora che il bagliore si è disperso. Statisticamente, lei non ha particolari rimorsi. Statisticamente, non è stato un tradimento.

Almeno finché l’osservatore non altera irreversibilmente l’esperimento. Ora è il momento della porta. Cigolio di cardini che ruotano. Silenzio. Molto prolungato. Ora non c’è più traccia dell’alone, scivolato via attraverso la porta aperta. La sola luce che illumina il letto viene dalla finestra. E’ l’ultimo chiarore della sera. Ed è inflessibile su quello che illumina. Non lascia spazio a indeterminazioni. Fissa l’immagine negli occhi di Galileo, con ombre nette e profili esatti. Niente più statistica. Galileo ha deciso di determinare una fra le possibili situazioni. E di fissarla. Prima sulla cornea, per un attimo. Poi nella memoria, per sempre. Anche lei sembra svegliarsi da un sogno. Dal mondo delle probabilità. E viene catapultata nel tagliente mondo delle misure. Lo stesso che deve condividere con Galileo. E con la sua cornea. E memoria. Se solo Galileo avesse conosciuto Heisenberg. Non credo avrebbero mai stretto amicizia. E Galileo non avrebbe saputo cogliere l’ironia del principio di Heisenberg. Occhio non vede, cuore non duole.

|Atlante|

“Quando desideri una cosa, tutto l’Universo trama affinché tu possa realizzarla.”, Paulo Coelho, L’Alchimista

Questa è la storia di un uomo. E di un desiderio. Un uomo e il suo desiderio. L’uomo lo conosciamo già. O meglio, l’abbiamo conosciuto da bambino, stretto nell’abbraccio materno di Mrs. Ramsey. In un giorno in cui minacciava tempesta. Anche il desiderio non ci è estraneo. Trovare una donna e creare una famiglia. E l’obiettivo non è la conservazione della specie. Non se sei l’ultimo di otto fratelli. Quindi abbiamo un uomo che desidera una donna. James e una donna. Non ha ancora un volto né un corpo, una voce né un profumo. O meglio, ha tutti i volti e i corpi, le voci e i profumi che una donna può avere. La verità è che James ne conosce una diversa ogni sera. La sua vita di giorno è quanto di più regolare si possa immaginare. Sveglia alle sette, doccia, caffè, lavoro, pausa pranzo, lavoro, cena. Funzioni vitali. Il minimo per sopravvivere. A volte la superficie limpida di questa routine è increspata da qualche accidente. Un amico, il padre, una lettera, una malattia. Ma per fortuna James riesce a ricondurre tutto all’interno della griglia che si è soliti chiamare vita. Giusto in tempo per la notte. Cena, piatti da lavare, denti, pigiama, letto. E’ qui che avviene la scelta. Del volto, del corpo, della voce, del profumo. Non è certo una scelta presa alla leggera, James vi dedica tutto il tempo che serve. E’ come se sfogliasse un catalogo immaginario, un campionario mentale. Ed eccola lì, pronta. Ma la strada è ancora lunga. Bisogna decidere dove e come conoscerla. Ed ecco che inizia il corteggiamento. E’ tutto molto dettagliato. E realistico. E’ incredibile come, notte dopo notte, la sua percentuale di successi non tenda minimamente a diminuire. A volte bisogna impegnare parecchie energie, e tempo. A volte non c’è neanche da aspettare e fare il primo passo. Raramente però si arriva a concludere qualcosa. E’ solo questione di tempo prima che qualcuno arrivi, prenda per mano la donna e la accompagni alla soglia del sogno. A questo punto ci pensa il sonno a trovare la collocazione adatta per lei. Infatti anche le sue donne sono inscritte in una griglia, chiamata vita sessuale. O sentimentale, dai conservatori. Il sonno la fa accomodare. E il sogno inizia il suo lavoro. Sveglia alle sette, doccia, caffè, lavoro. Almeno fino ad ora. Cena, piatti, denti, pigiama, letto. Ma qualcosa turba James stasera. La donna di stasera ha un’aria familiare. L’ha già conosciuta. Poco male, cambiamole voce. Già conosciuta. Che le possibili combinazioni possano avere una fine? E che quindi non esistano più donne per James? Di una cosa è certo: non avrebbe mai incontrato una seconda volta una delle donne già incasellate. Sarebbe imbarazzante. Soprattutto, sarebbe costretto a darle un nome. Intanto, a forza di provare tutte le possibili combinazioni di volto, corpo, voce, profumo è arrivata l’alba.

Sveglia, doccia, caffè, lavoro. Ma ormai il danno è avvenuto. La griglia della vita e la griglia del sesso, prima separate e parallele, hanno già iniziato a sovrapporsi. E il loro peso unito inizia a farsi sentire sulle sue spalle. Pausa pranzo, lavoro. E la sua schiena è sempre più arcuata. E’ in questo momento che avviene l’incontro. Atlante incontra l’uomo più leggero sulla terra. Non uno solo. Dietro di lui vede una scia di uomini leggeri. Sfocati. Ad ogni passo se ne stacca uno e prende la sua strada. Atlante e Paride. Uno di fronte all’altro. Invidia da una parte, pietà dall’altra. Ecco cosa succede ad essere l’ultimo di otto fratelli: tua madre è troppo indaffarata per impedirti di leggere Coelho durante l’adolescenza.

|Der schwer gefaßte Entschluß|

Questa è la storia di un uomo. E di una decisione. Di un uomo davanti ad una decisione. Altro non sappiamo di quest’uomo. E in fondo neanche serve. Ad un personaggio basta una caratteristica per poter prendere vita, e lui deve decidere. Sarà il nostro Paride. E su cosa deve esprimere la sua scelta? Neanche questo ha veramente importanza. E’ davanti ad un bivio: sì o no, destra o sinistra, agire o non agire, calzino rosso o blu. Un bivio ed un uomo. La scelta presa, presto o molto presto, lo porterà ad un secondo bivio: sì o no, destra o sinistra, agire o non agire, sneakers o clark’s. Non conoscendo Paride non sappiamo quando si fermerà per porsi la domanda – subito al secondo bivio? o forse al ventesimo, o al duecentesimo? – l’unica cosa certa è che si fermerà e se lo chiederà. Tutti si fermano e se lo chiedono. Cosa sarebbe successo se …? Quello di cui Paride non si è accorto è che al primo bivio c’è stata una specie di scissione. Una mitosi. Il nostro Paride1 ha scelto il calzino blu. Ottima scelta. Avrei fatto lo stesso probabilmente. Ma, troppo impegnato nel momento del sollievo post-decisione, gli è sfuggito un dettaglio. Paride0 ha scelto il rosso, e se lo sta già infilando. Effettivamente seguire Paride0 e Paride1 inizia a diventare complicato. Lasciamo Paride0 alla sua giornata. In effetti, nessuno potrebbe dire di averlo veramente visto. Intanto lui va avanti, calzini rossi e tutto il resto. Paride1, calzini blu, ora è al secondo bivio. Clark’s. Niente da dire sulla scelta di Paride1.1. E’ solo un po’ distratto, ma chi può biasimarlo, con tutti questi bivi? Semplicemente non si accorge che la stanza inizia ad essere piuttosto affollata. Meglio fare subito le presentazioni: lui già lo conoscete, è Paride0.0, calzini rossi e sneakers; quello alla sua destra è Paride0.1, calzini rossi e clark’s; quello con calzini blu e sneakers in fondo è invece Paride1.0. Per essere un racconto così breve iniziano ad esserci troppi personaggi, meglio lasciarli alla loro lunga e prolifica giornata.

Naturalmente, quando incontrerete Paride per strada, abbiate la cortesia di non chiedergli il suo nome. E’ un fatto privato la quantità di .1 che bisogna portarsi dietro ogni giorno. Alla lunga può risultare un’eredità piuttosto pesante. E’ un po’ come chiedere l’età ad una donna. Non si fa e basta. Voltarsi e vedere una scia di .0 che prendono strade via via sempre più differenti può destabilizzare. O imbattersi in .0 che, con altri percorsi o deviazioni, ci si ritrova davanti. Das schwerste Gewicht, dice Nietzsche. Il fardello più pesante. Ma in fondo è così pesante l’assenza di quello che si è soliti chiamare destino? A me sembra che, al contrario, lasci un senso di leggerezza mai provato prima. Certo, ogni bivio si carica di un’importanza cruciale. Ad ogni bivio decidiamo chi vogliamo essere. Di nuovo. Morale: domani mattina, scesi dal letto, pensateci su due volte a che calzino scegliere. Beethoven direbbe der schwer gefaßte Entschluß. La decisione difficile.

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